lunedì 26 maggio 2008

Capire la posta in gioco a Chiaiano





Comunicato della Rete dei Comunisti

E’ stato sottovalutato il primo Consiglio dei Ministri, svolto nei giorni scorsi a Napoli, dal nuovo governo del Cavaliere. Tutti i provvedimenti varati – a partire da quelli afferenti alla cosiddetta emergenza/rifiuti al Pacchetto Sicurezza ed alle misure per la detassazione degli straordinari – sottendono ad una modalità di gestione dell’amministrazione fortemente autoritaria e dispotica. Se a questo quadro sommiamo il profilo bipartizan incarnato dal Partito Democratico possiamo scorgere il delinearsi di una linea di condotta, ispirata dai poteri forti del capitale, la quale già è all’opera con il pugno di ferro contro qualsiasi forma di opposizione sociale.

Quello che accade a Chiaiano, a Marano, ciò che si prepara nelle altre località della Campania è il sostanzioso antipasto repressivo e di aperta criminalizzazione del dissenso con cui impatteremo sempre più spesso. Una situazione – possiamo esserne certi – che si ripeterà in ogni contesto in cui si svilupperanno mobilitazioni contro i variegati effetti antisociali delle politiche governative. Da questo punto di vista sono avvisati gli abitanti della Val di Susa, i cittadini di Vicenza, i No Koke, i No Mose, i No Ponte oltre, naturalmente, i lavoratori, i precari ed i migranti che osassero organizzarsi in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro.

E’ evidente – quindi – che il peso politico e materiale di una battaglia tesa a costruire un argine a questa deriva populista e securitaria non può essere lasciato esclusivamente sulle spalle delle lotte popolari in Campania. Il nuovo contesto politico presenta in maniera palese elementi di novità inediti – conseguenza, comunque, del riverbero antisociale in Italia degli effetti dell’accentuata competizione globale – i quali necessitano di una risposta ampia, articolata ed adeguata politicamente alla posta in gioco complessiva.

Da subito occorre non lasciare sole le popolazioni della Campania e rompere l’accerchiamento mediatico e politico contro queste mobilitazioni. L’Appello per una Manifestazione a Napoli, per il prossimo 1 Giugno, deve essere raccolto e generalizzato facendo incontrare tra loro i protagonisti di quelle vertenze le quali, in questi ultimi anni, hanno alimentato la diffusa ostilità contro il modello di sviluppo capitalistico e le sue svariate produzioni di morte.

Nella vicenda di Chiaiano, nei suoi possibili esiti possiamo intravedere il prossimo corso delle lotte e le possibilità di collegarle per davvero in quella idea/forza di Patto di Mutuo Soccorso ancora tutto da stabilizzare organizzativamente e renderlo operativo praticamente.


La Rete dei Comunisti
25/5/08

Mail: cpiano@tiscali.it Sito : http://www.contropiano.org/

giovedì 22 maggio 2008

Bush torna a Roma



Bush torna a Roma per coinvolgere ancora di più l'Italia nella guerra permanente
Appello del Patto permanente contro la guerra
Il presidente degli Stati Uniti Bush l'11 giugno prossimo sarà di nuovo a Roma per discutere con il nuovo governo Berlusconi - uno dei suoi più fedeli alleati in Europa - un maggiore coinvolgimento dell'Italia nelle strategie di guerra degli USA nei vari scenari.Bush è "un'anatra zoppa" ma prima di concludere il suo mandato vuole approfittare del favorevole clima politico bipartizan in Italia per aumentare gli impegni militari del nostro paese. In poche parole Bush vuole la disponibilità dell'Italia ai preparativi di guerra contro l'Iran, più truppe da combattimento in Afghanistan, nuove regole offensive per il contingente militare italiano in Libano da utilizzare contro l'opposizione libanese, il pieno utilizzo dei militari italiani nei Balcani a difesa della secessione del Kosovo, il via libera ai lavori alla base militare del Dal Molin a Vicenza e l'allargamento operativo delle altre basi USA sul nostro territorio, la partecipazione attiva allo Scudo missilistico che già si sta realizzando con le prime installazioni nei paesi dell'Europa dell'Est, una maggiore collaborazione tecnologica e militare tra aziende italiane e statunitensi (vedi l'escalation della Finmeccanica), la subalternità alle scelte della NATO, il rafforzamento della complicità militare e diplomatica tra Italia e Israele.
Una accresciuta aggressività militare finalizzata alla riconquista o all'ampliamento della propria sfera d'influenza sul mercato mondiale - oggi in evidente declino - è la risposta con cui gli Stati Uniti intendono rispondere alla recessione economica abbattutasi sull'economia USA. Il tentativo dell'amministrazione Bush è quello di accollare i costi economici, sociali e militari di questa sua crisi anche sui paesi alleati.

Su questa inquietante agenda di guerra, Bush troverà piena collaborazione da parte del governo Berlusconi, il quale si sta affrettando a far suonare le fanfare della guerra e del razzismo ed a peggiorare, se possibile, in Libano, in Afghanistan e di nuovo in Iraq, il ruolo di guerra dell'Italia, già delineato da D'Alema come quello la sesta potenza (coloniale) del mondo, in quanto a presenza di militari oltreconfine.
Questa agenda la vogliamo e la dobbiamo ribaltare con una mobilitazione contro la guerra che non ha fatto e non farà sconti a nessun governo e a nessun soggetto politico che si sia reso complice della guerra permanente, delle sue alleanze e dei suoi obiettivi.
Il Patto permanente contro la guerra lancia un appello alla mobilitazione a tutte le persone che vogliono un altro mondo possibile in cui la Pace sia il punto di riferimento della politica estera ed economica e la sicurezza sia inscindibile dalla solidarietà e dalla cooperazione e giustizia sociale. Non vogliamo che il nostro paese sia ancora complice della escalation di guerra e non vogliamo che dia il benvenuto a colui che massimamente ha incarnato in questi anni la guerra globale, la tortura e la sospensione dei diritti umani in tutto il mondo.

Per dire No a Bush e No alla guerra, per dire fuori l'Italia dalla guerra, chiamiamo tutte e tutti in piazza mercoledì 11 giugno a Roma e ovunque ci siano consolati e rappresentanze USA per protestare contro la visita di Bush, per lanciare il nostro grido di allarme contro l'escalation di guerra.

Per discutere gli scenari di guerra in cui siamo coinvolti e il ruolo che in essi gioca l'Italia, ma anche per discutere della manifestazione dell'11 giugno, invitiamo tutte e tutti al FORUM convocato per sabato 24 maggio a Roma (Casa internazionale delle donne, via della Lungara n.19, vicino a Regina Coeli dalle ore 10.00). Nel frattempo invitiamo a promuovere subito riunioni unitarie in ogni città per preparare la mobilitazione e discutere le possibilità concrete di iniziativa.

Per lunedì 2 giugno a Napoli, un'alleanza di forze pacifiste e antimilitariste ha lanciato la proposta di una manifestazione contro le basi militari da tenersi nella città sede del nuovo Comando Centrale della Marina militare USA, chiamando alla partecipazione tutti i comitati popolari impegnati nella lotta per lo smantellamento delle basi.

L'11 giugno saremo in piazza a Roma e in altre città contro la visita di Bush e le politiche di guerra del nuovo governo Berlusconi, per riaffermare la nostra piattaforma:
- il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Afghanistan, dal Libano, dai Balcani - la revoca della decisione di costruire una nuova base militare a Vicenza e lo smantellamento delle basi militari USA/NATO nel nostro territorio per riconvertirle ad uso civile - la revoca dell'adesione dell'Italia allo Scudo missilistico USA, - la revoca della partecipazione alla costruzione degli F35 - la revoca dell'accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele - il taglio delle spese militari a favore di quelle sociali.
Il Patto permanente contro la guerra

mercoledì 21 maggio 2008

Fiom e Cgil,due analisi.Ribadite le distanze.



di Loris Campetti
su Il Manifesto del 20/05/2008
Ieri l'incontro tra le due segreterie convocato da Epifani durante la conferenza dei meccanici. Sul sistema contrattuale non c'è accordo: ribadite le critiche di metodo e di merito
«Un confronto franco tra compagni». E' tutto qui il commento, secondo una formula classica nella storia delle organizzazioni del movimento operaio che richiama altre stagioni. L'incontro tra le segreterie nazionali della Cgil e della Fiom, tenutosi ieri pomeriggio in corso d'Italia, si è concluso con un rigido mandato: silenzio con i giornalisti. «Un confronto vero senza infingimenti su cui non c'è una conclusione politica operativa. Ci sono posizioni diverse, valutazioni diverse e sono state confermate», sono le sole parole pronunciate dal segretario della Fiom Gianni Rinaldini. Per la Cgil, Morena Piccinini non è andata oltre: «Abbiamo chiarito reciprocamente i dubbi e le rispettive convinzioni».Le posizioni restano distanti, così come erano emerse nel corso della conferenza d'organizzazione dei metalmeccanici. Ognuno dei due soggetti a confronto è uscito nello stesso modo in cui era entrato nella riunione, cioè con le stesse convinzioni di partenza. Si può interpretare così il significato del «confronto franco», sapendo quali erano le divisioni di partenza tra i due gruppi dirigenti. Da un lato c'è un documento unitario firmato dai tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sulla riforma del sistema contrattuale, accompagnato dalla richiesta pressante di Guglielmo Epifani alla Fiom di assumerlo e sostenerlo; dall'altro c'è una critica di metodo - la mancanza di democrazia interna alla Cgil che non ha consentito ai diretti interessati, lavoratori e delegati, né ai dirigenti delle categorie, di dire la loro e consegnare un mandato preciso a discutere con Cisl e Uil - e una di merito. Nel merito, la Fiom legge nel documento unitario l'avvio di una sterilizzazione del contratto nazionale che si limiterebbe a recuperare l'inflazione, sia pure calcolata con parametri più realistici di quelli presenti, mentre gli aumenti salariali conquistati nei contratti di secondo livello (solo da chi ha l'integrativo, una minoranza dei lavoratori) sarebbero legati alla produttività e alla redditività d'impresa.Epifani, e con lui il segretario confederale Mauro Guzzonato, alla conferenza d'organizzazione della Fiom aveva insistito sul carattere positivo del documento unitario, lasciando intendere l'eventualità di interpretare in modo più flessibile il testo unitario, in relazione alla possibilità di strappare aumenti salariali extra inflazione anche nei contratti di primo livello. Una lettura ben diversa da quella data dai suoi colleghi, Bonanni e Angeletti. E non sfugge a nessuno che se questo è il documento unitario, ben diverso sarà l'eventuale testo di accordo con le controparti confindustriali che non si limiteranno certo a sottoscrivere le richieste sindacali. A quel punto ai lavoratori non resterebbe che prendere atto, magari con un referendum, di quale sarà il loro futuro contrattuale.Nel corso della riunione tra le due segreterie si è anche discusso del casus belli che ha contribuito a raffreddare i rapporti tra Fiom e Cgil: la sospensione decisa dal comitato di garanzia della Cgil lombarda della segretaria della Fiom di Milano, per non aver impedito a un delegato espulso di prendere la parola nel corso di una riunione. Rinaldini aveva risposto con fermezza, annunciando che qualora la misura repressiva venisse confermata si riterrebbe anch'egli autosospeso, per assunzione di responsabilità. Anche su questo punto il confronto è stato «franco, cordiale e leale tra compagni, come si diceva una volta quando si litigava», per usare le parole di Giorgio Cremaschi.

domenica 18 maggio 2008

Nomadi.Critiche all'Italia da osservatore Ue




Un osservatore Ue per la questione nomadi ha criticato le condizioni trovate in Italia: 'la situazione dei rom in Italia e' orribile'. 'E' incredibile che in un paese democratico ci sia chi vive senza diritti ne' documenti anche se e' qui da 40 anni', ha detto l'europarlamentare di etnia rom Viktoria Mohacsi, in visita al campo nomadi di Roma 'Casilino 900'. L'europarlamentare ungherese e' stata incaricata dall'Ue di monitorare la situazione dei campi rom in Italia dopo i fatti di Napoli.

sabato 10 maggio 2008

Intervista a Giorgio Cremaschi



Fabio SebastianiInsomma, la Cgil questa volta sembra aver calcato la mano. La segreteria della Fiom ha espresso a maggioranza piena fiducia al gruppo dirigente di Milano. Aggiungo la mia personale solidarietà perché quello che è avvenuto è un fatto di gravità senza precedenti. La segretaria generale della Fiom, Maria Sciancati, è stata sospesa perché non ha cacciato via da una assemblea pubblica un lavoratore, peraltro delegato, espulso dalla Cgil. Il fatto non sussiste. Non c'è una norma che imponga di cacciare dalle assemblee i lavoratori che non piacciono ai sindacalisti. E' il segno di una torsione autoritaria, di intolleranza nella vita dell'organizzazione e una sorta di richiamo al serrare le file. Onestamente non scomoderei i Gulag, che rappresentano ben altre tragedie. Negli anni '60 la Cgil si aprì agli apporti di tutti i lavoratori. Se avesse invece adottato questo stile di gestione il sindacato dei consigli non sarebbe nato e al suo posto ci sarebbe stata una valanga di espulsioni. Entriamo nel merito, alla fine il contratto nazionale anche se non viene cancellato viene parecchio ridimensionato. Il documento parte dall'idea, profondamente sbagliata, che i guai ai salari dei lavoratori in questi anni siano venuti perché c'era troppo contratto nazionale. La verità è che ce ne è stato troppo poco, perché il contratto nazionale doveva subire la gabbia della concertazione. Invece che liberare il contratto nazionale dalla concertazione si vuole liberare la concertazione dal contratto nazionale. Nell'Italia delle piccole aziende, del lavoro frantumato e precario, ridurrne il peso significa rompere la solidarietà tra i lavoratori a favore di un'aziendalismo che premierà solo una minoranza. Aziendalista?A parole tutti sostengono ora che l'intesa difende il contratto nazionale. Però scopriremo, un minuto dopo che si aprirà il tavolo, che non è così. La Logica di questo documento è la stessa che ha portato all'abolizione della scala mobile; che allora diceva "bisogna ridurre il peso dela scala mobile per avere più contrattazione". Oggi si dice, l'accrescimento del salario avviene solo sul cosiddetto salario per obiettivi. Per capirci, il contratto nazionale non può far crescere i salari. Di più, la premessa ideologica del documento dice che il miglioramento delle condizioni di reddito dei lavoratori si fa attraverso la crescita della qualità e della competitività delle imprese. Quindi, per essere chiari si accetta la politica dei due tempi, prima la produttività e poi i salari. Si accetta lo slogan bipartisan, sostenuto in campagna elettorale sia da Berlusconi sia dal Pd, per cui per distribuire la ricchezza bisogna produrla. In nessun punto del documento si dice o si parla di redistribuzione della ricchezza. Si dice che la contrattazione nazionale dà un minimo e il resto uno se lo deve guadagnare in azienda. Anche la contrattazione territoriale che viene esaltata come stumento per estendere il secondo ilviello di contrattazione a chi non ce l'ha viene stravolta in questa logica e diventa il cavallo ruffiano delle gabbie salaiali. Infatti, in questa logica essa può essere conquistata solo se assorbe da un lato spazio al contratto nazioanale e dall'altro diritti e poteri alla contrattazione aziendale. La Cgil obietta che almeno ha ottenuto regole democratiche certe. Penso invece che si vada verso un modello centralizzato e burocratico delle relazioni sindacali e privo di reale democrazia. Perché i contratti nazionali verranno in realtà decisi dalle confederazioni che stabiliranno con le controparti, in quello che negli anni '60 la Cisl chiamava accordo quadro, quale è l'inflazione a cui riferirsi. Il contratto nazionale viene così svuotato, in alto dagli accordi centralizzati a livello confederale e in basso non dalla contrattazione aziendale ma dal salario legato alla produttività e al merito. Chiamo questo il ritorno a una forma di cottimo. Cioè ad un salario che discrimina un lavoratore dall'altro. Infine, voglio sottolineare che il tanto esaltato accordo sulla democrazia è regressivo, rispetto almeno alla cultura della Cgil. Perché si cancella anche l'ipotesi che i lavoratori votino sulle piattaforme; perché la consultazione certificata, che non è il referendum, si fa solo sugli accordi, senza forma di partecipazione al negoziato. E poi perché vengono mantenuti tutti gli inaccettabili privilegi del sindacalismo confederale a partire dalle quote riservate per le Rsu. Il modello è quello che ha portato alla ratifica del luglio 2007. C'è un filo rosso che lega il clima bipartisan sul lavoro e l'azione che il Pd sta esercitando sulla Cgil? Il documento è negativo, ma la trattiva che si preapara lo è ancora di più perché nasce su una campagna bipartisan a favore della flessibilità del salario e dei diritti e prefigura un accordo che è solo a perdere. Per dirla in sintesi invece che correggere i danni del '93 si preapara un accordo che li aumenta, con più concertazione e più flessibilità del salario. La Cgil subisce tutta questa impostazione perché è guidata dalla paura dell'isolamento. In questo la situazione è davvero opposta al 2002. Oggi la Cgil firmerebbe il Patto per l'italia e temo che firmi anche un accordo peggiore di quello. Il risultato elettorale è invece il motivo per cui oggi la Cgil dice sono costretta a sedermi con Sacconi e la Marceglia e devo prepararmi ad accettare quello che passa il convento. E' questa paura ciò che produce intolleranza verso la diversità dei comportamenti e il bisogno di normalizzazione. Ma anche per questo dico, questa paura va contrastata. Occorre impedire l'omologazione del sindacato e in particolare della Cgil al quadro politico. Bisogna respingere i tentativi egemonici sulla Cgil da parte del Partito democratico senza riproporre alcun collateralismo politico, neanche con la crisi della sinstra radicale. Tra l'altro, importanti dirigenti della Cgil che alle elezioni avevano scelto l'Arcobaleno ora si schierano con Epifani. Il nodo è sindacale, ovvero l'indipendenza del sindacato. Oggi la Cgil paga la mancata autonomia da Prodi. E rischia di farlo nella maniera peggiore di fonte all'attacco della Confidunstria e di Berlusconi. Per questo io vedo la battaglia che si apre prima di tutto come una grande battaglia di autonomia e indipendenza. Come diceva Di Vittorio, dai padroni, dai governi e dai partiti.09/05/2008fonte: Liberazione.

martedì 6 maggio 2008

Nelle parole di Fini c'è la cultura della macelleria di Genova




Comunicato della Rete dei Comunisti

Le dichiarazioni del neo presidente della Camera Gianfranco Fini, pongono moltissimi interrogativi, uno più inquietante dell’altro. Ritenere meno grave che dei naziskin massacrino a morte di botte un ragazzo che bruciare la bandiera di uno stato come Israele, è una affermazione che mette i brividi, fa suonare sirene d’allarme in ogni piega della società e offende il senso comune. E’ una forma di legittimazione di quella “banalità del male”, spesso evocata ed oggi praticata da cinque figli di famiglie perbene della perbenista Verona impegnati – a modo loro – nella pulizia etnica del loro territorio.
Ma ancora peggiori sono stati i tentativi di Gianfranco Fini di precisare i contenuti di una affermazione più aberrante che infelice. Fini infatti ha replicato ricordando che la sinistra ha perso le elezioni perché ha pagato per le sue posizioni estremiste.
In questo non c’è solo il servilismo degli ultimi arrivati sulla strada della complicità con la politica israeliana contro i palestinesi, c’è il cinismo dell’odio politico contro gli avversari e contro qualsiasi espressione della sinistra nel nostro paese, un odio compresso e nascosto fino ad oggi per causa di forza maggiore e che adesso può essere manifestato senza il timore di pagarne un prezzo politico e di immagine.
E’ questo cinismo e questo odio contro la sinistra, i suoi attivisti e le sue manifestazioni che fa tornare la mente alla cabina di regia della macelleria messicana scatenata contro i manifestanti a Genova nel luglio di sette anni fa.
In molti, in Italia e all’estero, si sono domandati che cosa potesse aver scatenato tra le forze dell’ordine le brutalità e le violenze che abbiamo visto per le strade di Genova, nella caserma di Bolzaneto o alla scuola Diaz. Una spiegazione – parziale ma a questo punto emblematica – oggi ce la offrono le dichiarazioni di Gianfranco Fini che a Genova stava nella cabina di comando delle operazioni repressive.
Gianfranco Fini deve sapere chiaro e forte che in questo paese nessuno accetterà supinamente di rinunciare alla propria identità politica, alla propria storia e alla difesa della libertà di espressione politica, incluso il diritto e il dovere di mettere sotto accusa la politica di apartheid e di occupazione militare e coloniale che Israele pratica da sessanta anni contro la popolazione palestinese. Allo stesso modo riaffermiamo che sarà respinto ogni tentativo di minimizzare lo squadrismo neonazista riducendolo ad un fenomeno di bullismo. Non c’è più la voglia né il tempo di scherzare.
Sabato 10 maggio saremo in piazza a Torino anche per riaffermare che essere antifascisti significa anche lottare contro una ideologia colonialista e razzista come il sionismo.

6 maggio 2008

lunedì 21 aprile 2008

ORA E SEMPRE 25 APRILE